Intervista pubblicata su La Fedeltà

26-10-2010  Intervista pubblicata su La Fedeltà", Settimanale Cattolico Fossanese
Gli adulti devono vigilare
In una della città più meridionali d’Italia, Avola, in provincia di Siracusa,
famosa per il suo vino e per la sua mandorla, c’è un parroco di una zona
periferica, don Fortunato Di Noto,

il cui nome si lega all’attività
dell’associazione Meter, da lui fondata una quindicina di anni fa per
contrastare il fenomeno della pedofilia e della pedopornografia on line, il
cui sito internet (www.associazionemeter.org) funge anche da portale, per
denunciare eventuali siti sospetti da parte degli utenti della rete. Avendolo
incontrato in un viaggio in Sicilia, abbiamo affrontato il tema pedofilia nei
suoi diversi aspetti, anche quello ecclesiale e culturale, perché don
Fortunato non teme di parlare di ciò che conosce, purtroppo, molto bene,
e di cui ha scritto nel suo ultimo libro “Corpi... da gioco”, edito dalla Ldc. 
 
Oggi c’è molto allarme sul tema pedofilia; è un allarme giustificato oppure
è un fenomeno che coinvolge, come dici nel tuo libro, soltanto i bambini
soli? 
C’è indubbiamente un’emergenza educativa, che non fa che mettere in
evidenza un grande disagio per i bambini. Se dai genitori ricevono solo
cose e non sono amati, ci sarà qualcun altro, adulto, o più adulto di loro,
che li circonderà di attenzioni. Ed è normale, a questo punto, che loro si
mettano nel “gioco” dell’affetto. Non dobbiamo aver paura della pedofilia,
ma del fatto che manchino strumenti educativi per poter intervenire. La
paura nasce in chi non conosce il fenomeno. Quello della pedofilia è
complesso, variegato, a partire dall’aspetto prettamente culturale, in una
società in cui si abbassa l’idea delle relazioni sessuali. Del resto, le
bambine a 12 anni vanno vestite come le donne adulte, ai bambini si fa
indossare la cravatta, e con questa mentalità viene rubata l’infanzia. Di
conseguenza, non abbiamo più i bambini, ma i bambini-adulti, che
vogliono fare gli adulti con gli adulti. In ogni caso, a chi dice che c’è
troppo allarmismo rispondo che forse non ha capito nulla. Semmai si può
parlare di un fenomeno grave che dev’essere gestito e contenuto. Ben
vengano, quindi, la prevenzione e l’informazione. Ma anche la
repressione. 
 
Come esperto di informatica, hai sempre combattuto contro i pericoli che
arrivano dalla rete virtuale; però ammetterai che non tutti i piccoli sono
assidui frequentatori di internet. Mentre la violenza, sia fisica che verbale,
c’è ed esiste a partire dalle mura domestiche. Come si sviluppa e come
viene qui combattuta? 
Oggi la dinamica della violenza è la conflittualità che i bambini subiscono
dai genitori, incapaci di indirizzarli al dialogo. Il problema quindi è a
monte; al di là delle mura domestiche, l’uomo non sa riconoscere
nell’altro un suo simile, e quindi lo vede come nemico. Che possa essere
la moglie, un bimbo o chiunque altro, c’è però un aspetto disumano
nell’uomo, che non dovrebbe esserci. 
 
A tuo parere questi concetti si sviluppano di più navigando in rete o tra le
mura domestiche? 
Io credo che si manifestino in tutte le sue forme, dappertutto. Internet è
soltanto un mezzo di comunicazione, che posso anche riempire di
programmi per arricchirmi, far violenza, adescamento ai minori etc ...
Posso anche ricrearmi una nuova vita virtuale, ma in ogni caso io
comunico sempre ciò che sono, non quello che non sono. 
 
Come viene “accalappiato” un minore in internet? 
Un minore non sarà mai “accalappiato” in internet se sarà stato educato
ad utilizzarlo bene, ad avere una propria privacy, a non dare i suoi dati.
Poi magari c’è un vuoto affettivo, perché i genitori sono assenti, oppure
presenti, ma non molto, per cui si innescano quei meccanismi di solitudine
che devono essere riempiti anche attraverso internet. Ma poi, perché un
minore deve andare su un social network, su una chat, a 10-12 anni?
Perché un minore può navigare senza alcun monitoraggio degli adulti?
Perché, prima ancora di comprargli un i-pod o un cellulare o un computer,
non gli attivano quelle sicurezze necessarie che un buon genitore
dovrebbe attivare? 
 
Forse sono tecnologicamente impreparati? 
Non credo che oggi sia un problema di ignoranza; e comunque non posso
affidare ad un bambino un mezzo di comunicazione potentissimo, senza
educarlo ad usarlo per fini didattici e sociali. è normale che allora, se uno
non è educato, fa poi quello che vuole in rete. Fino a mettere le proprie
foto, autoscattate, e indirizzi di luoghi e di case. È bello avere un cellulare,
ma il suo uso indiscriminato può anche rovinare gli equilibri di relazione, e
ne conosco tanti che sono andati in depressione per averlo utilizzato
male. Bisogna poi, a maggior ragione, avere equilibrio e intelligenza nei
confronti dei bambini. In una scuola, ad esempio, se c’è il laboratorio
multimediale, si deve anche garantire la sicurezza, dando delle regole. è
inutile, in una scuola, far navigare dei bambini su facebook. Si può usare
per darsi appuntamento allo scopo di approfondire un tema scolastico;
questo potrebbe essere il suo uso didattico. Ci sono dei lati positivi di
internet, ma lasciare un minore per cinque ore davanti ad una chat è un
problema serio!
 
Tu esalti la scuola come un’istituzione capace di dare ancora molto, in un
momento in cui il suo valore sembra sminuito soprattutto dai genitori, che
tendono a non riconoscerle più quell’autorità che le veniva conferita un
tempo; com’è possibile preservare la sua autorevolezza senza
sottomettersi alle richieste degli utenti? 
Se noi denigriamo la scuola, in una logica che non produce cultura,
avremo la fine della nostra civiltà, e perciò della nostra memoria. Chiesa,
scuola e Stato sono i tre pilastri della nostra società; sono fondamentali in
una sussidiarietà e nel rispetto reciproco dei ruoli; non possiamo pensare
che l’istruzione sia solo per l’élite! La famiglia, poi, non può pensare di
delegare, ma deve collaborare. Oggi viviamo, a mio parere, una grande
crisi educativa, di cui non abbiamo ancora pienamente sperimentato le
conseguenze; per esempio, se noi lavoriamo a favore dell’infanzia, per
una sessualità corretta, sappiamo però benissimo che gli anticoncezionali
vengono proposti indiscriminatamente, attraverso programmi di
educazione sessuale, a bambini di 11-12 anni. 
 
Il cardinal Scola di Venezia, in un’intervista al “Corriere della Sera” del 18
luglio scorso, parlando dei casi di pedofilia, richiama la necessità della
Chiesa “di riscoprire il nesso tra il bell’amore e la sessualità”, “ritrovare il
vero volto dell’altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna”. Ed “imparare
di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell’io
attraverso... la castità”. Di fronte a tali parole mi chiedo se oggi esista
una vera mancanza di educazione ai sentimenti...
Certo che manca! Noi siamo il frutto di un’evoluzione culturale che ci ha
portato ad essere quello che siamo attualmente. Se dunque, ancora oggi
l’uomo vede la donna come oggetto, è perché la donna è sempre stata
vista come tale. Qualche profeta, tra cui includiamo anche Gesù Cristo, le
ha conferito pari dignità con l’uomo. Se la riconoscessimo così, o almeno
come un universo condiviso assieme all’uomo, la potremmo valutare
diversamente. Mi stupisco, per esempio, che nascano scuole per ogni
argomento, per il parto, per i genitori, per i sentimenti..., ma se c’è
quest’esigenza, allora, mi chiedo, ci sono i maestri? E chi è in grado di
educare ai sentimenti? Chi sono i punti di riferimento e le attuali autorità
morali? 
 
Ha senso dunque parlare di riforma delle istituzioni? 
Io, parroco da vent’anni, guardo ai pastori della Chiesa con sommessa
umiltà; abbiamo figure che ci guidano? Ci sono, sì, ma anche la Chiesa sta
subendo questa grande crisi educativa. Non ne è immune, perché è fatta
di uomini e di donne. C’è voglia sì di impegnarsi, ma di fatto cosa siamo,
manager o pastori di anime? Quale bellezza stiamo diffondendo, la nostra
o quella di Gesù Cristo? Al di là del suo aspetto spirituale, la crisi
dell’uomo e della Chiesa è quella di riavere dei punti di riferimento etici e
morali, affinché l’uomo disorientato ritrovi se stesso. Noi, per esempio, ci
vantiamo che i terreni della mafia diventano cooperative sociali. è giusto,
sì, però mi porrei anche un’altra domanda: se i cristiani mettessero in
comune i loro beni, e facessero le cooperative per i giovani, cosa
succederebbe? Perché non posso usare i miei terreni, le mie cose, per la
dignità degli altri? 
 
L’istituzione ecclesiale ignora molto spesso il fenomeno pedofilia, nel
senso che molti credenti (e anche sacerdoti) non ne sono adeguatamente
a conoscenza. E non conoscendo a fondo il fenomeno, non lo si combatte
mai abbastanza. Come uscire da questa ignoranza? 
A me dà fastidio quando, nella società, nella Chiesa e nelle istituzioni, si
considera qualsiasi tipo di molestia rivolta ad un bambino o bambina al di
sotto dei 12 anni (tale per dichiararsi pedofilia) come una sorta di
scivolone morale, come se fosse qualcosa che può accadere a tutti.
Questa considerazione va a cozzare contro i normali diritti dei bambini. La
Cassazione giorni fa ha stabilito che se un pedofilo è indagato non può
essere arrestato immediatamente, e ci sono stati dei politici che si sono
dichiarati soddisfatti per questa sentenza. Ma se da un punto di vista
giuridico è comprensibile, da un punto di vista fattuale no. Almeno un atto
preventivo di tutela dei bambini va fatto. Perché, si pensa, in fondo in
fondo che c’è di male se uno tiene per sé nel computer dalle 100 alle 200
mila foto di bambini per uso privato? In questa logica dove tutto è
normale, non si comprende il fenomeno. Se si sapesse pubblicamente ciò
che hanno fatto e continuano a fare ai bambini, vorrei vedere se si
continuerebbe a pensare che la pedofilia è un fatto marginale!
 
Come informarsi correttamente? 
Evitare innanzitutto la sindrome del giustiziere: l’informazione aiuta
tantissimo a capire il problema, anche se non deve neanche diventare lo
strumento per accusare. Ci sono tantissimi libri fatti bene e corsi di
aggiornamento. Perché non far fare anche ai catechisti un percorso di
formazione su queste tematiche? Le diocesi non devono impegnarsi a
combattere questo fenomeno perché esistono i preti pedofili, ma perché
amano i bambini! La Chiesa deve prevenire sì, ma con percorsi educativi
nuovi, per dire che i bambini sono il suo futuro! 
 
Ma infine, chi è il pedofilo? Uno di cui avere misericordia, o da
condannare? Malato o vizioso? 
Da cristiani dico che bisogna sempre essere misericordiosi. Noi non
dobbiamo gettare nessuno nella Geenna (nel fuoco dell’inferno), ma la
misericordia non esclude la giustizia. Gli studi psichiatrici peraltro dicono
che il pedofilo non è un malato. Eventualmente è un malato lucido, che sa
quello che fa. Loro poi si considerano sani. E come intervenire in chi si
considera sano? Anche il carcere, eventualmente, potrebbe offrire delle
opportunità educative. 
 
Il sociologo Massimo Introvigne, a proposito della pedofilia, parla di
<“panico morale”, cioè ci sono sì i preti pedofili, però in realtà si è
esagerata la questione. Sei d’accordo su questo aspetto, o il problema
pedofilia è davvero diffuso nella Chiesa? 
Lo scandalo è stato cavalcato dai media, ma è stato positivo
nell’accelerare la presa di coscienza della Chiesa, spingendola ad adottare
nuove norme per contrastare il problema. 
E comunque, se è vero che ci sono 278 milioni di minori violati e che la
produzione di materiale pedopornografico è enorme, se non ci fosse
panico mi sentirei molto preoccupato. Come persona sensibile mi
chiederei cosa fare per salvare qualcuno. Il 4% dei preti è pedofilo? Se
così è, almeno almeno dovremmo domandarci il perché. Mi fa pensare
molto che “Panorama” sbatta in prima pagina i ritrovi notturni dei preti
gay, con tanto di documentazione. Sarà anche un fatto marginale, ma mi
preoccupa molto. E mi scandalizzo anche che i preti condannati per
pedofilia ancora svolgano il loro ministero. Panico morale? Non tanto per
me, ma per la gente che ogni giorno ti domanda e non capisce. La Chiesa
deve annunciare misericordia e giustizia. Il celibato? Sono convinto che
non c’entra con la questione pedofilia, ma è anche vero che molti preti
hanno una visione della sessualità a volte malata, non equilibrata. E i
seminari dovrebbero avere maggior controllo e discernimento. 
 
Tu hai anche denunciato la presenza di lobby per la diffusione della
pedofilia culturale; che cos’è? 
Tanti anni fa denunciai queste lobby di persone, che vogliono rivendicare
la normalizzazione della pedofilia. In seguito alle denunce ci sono state
forti polemiche e discussioni;?ricevemmo anche l’attacco sferzante delle
istituzioni politiche, che oggi invece si vantano di essere contro queste
cose. In Commissione giustizia al Senato c’è la proposta di legge sulle
norme che dovrebbero contrastare la pedofilia culturale, però è ancora
tutto fermo. Perché non approvarle subito? Daremmo strumenti
investigativi e repressivi necessari alle forze dell’ordine. 
 
Hai anche ricevuto minacce; ti coglie qualche volta la paura per quello che
fai?
Se siamo minacciati significa che abbiamo fatto bene il nostro lavoro. Io
non ho paura di niente; il problema è fare bene il proprio dovere. Salvare
un bambino è importante.
 
Da dove trovi la forza quotidiana per andare avanti?
Dalla fede in Gesù Cristo; se non avessi quella, avrei già preso un fucile e
sparato a qualcuno. 
 
Perché e come hai fondato l’associazione Meter? 
“Meter” è nata in una parrocchia, con dei giovani, tanti anni fa. Ci
impegnammo per l’infanzia, con poche risorse iniziali. E se nel niente
abbiamo fatto tanto, con milioni di euro cosa potremmo fare? “Meter”
nasce come un’intuizione di accoglienza; significa infatti utero. Ed ha una
sede nazionale ad Avola (Siracusa), che funge da coordinamento con le
altre. Abbiamo referenti volontari sparsi per l’Italia che diventano per noi
un punto di riferimento. Non sempre abbiamo una sede fissa, ma i
referenti si incontrano, fanno progetti nelle scuole... Non è solo lotta alla
pedofilia, ma una presenza discreta, incisiva, concreta, per chi si rivolge a
noi. Il sito internet, invece, www.associazionemeter.org ha anche una
sezione per segnalare siti pedopornografici, che grazie ai nostri volontari
inoltriamo alla polizia postale della comunicazione, la quale provvederà ad
approfondire la segnalazione. 
 
E il progetto “Casa Meter”citato nel sito? 
Non è solo casa d’accoglienza, ma un progetto innovativo, in questa
nostra realtà nazionale. Il problema è sempre quello economico; c’è
qualche imprenditore che sta leggendo l’intervista che lo vuol sostenere?
Ben venga! Forse non sarà ricordato per quello che ha prodotto, ma per
ben altre cose, molto più interessanti. Ci affidiamo anche alla
Provvidenza. Se è volontà di Dio questa storia però si realizzerà.
SABRINA PELAZZA