Oggi esplode il caso delle baby-squillo, internet viaggia tra ambiguità e opportunità

Il fisico di Bud Spencer. Il cuore di Frà Cristoforo.
Trent'anni fa lanciò un allarme: “ci sono bambini orfani con genitori vivi”. Sembrava un controsenso: oggi è cronaca. Nel frattempo, don Fortunato Di Noto – parroco di Avola e fondatore di Associazione Meter – iniziò a fare di internet una “periferia esistenziale” da abitare. La lotta contro la pedofilia e la pedopornografia, le esistenze digitali e la tratta dei bambini, il rischio della prostituzione virtuale. Reiteratamente minacciato di morte dalle grandi lobby pedofile, ogni mattino ricomincia per organizzare la speranza. Facendo di un monitor il suo punto di meditazione sul mondo: “mi sono affascinato di questo mondo negli anni '80 – confida don Di Noto -: allora era estraneo alle preghiere e alla vita della Chiesa. Intuivo, però, che avrebbe cambiato le relazioni, che l'etica sarebbe ben presto diventata estetica e, quindi, avrebbe chiesto anche nuovi strumenti di comprensione. Decisi di abitarlo, pur sapendo che non avrebbe mai potuto sostituire quello reale”. Abitare per smascherare, denunciare, proteggere: “in trent'anni di attività – specifica – Meter ha segnalato più di un milione di siti pedofili e pedopornografici, seguito oltre 1200 persone vittime di abusi, consegnato alla giustizia di tutto il mondo migliaia di sfruttatori di tutte le estrazioni sociali”. Incrociando on-line la sofferenza ambigua dell'umanità, questo prete ha inaugurato una chiesa che è come un “ospedale da campo” per internet: un pronto soccorso di Dio dove l'urgenza è di strappare l'umano dalle unghie del disumano. Forse anche della banalizzazione.
Trent'anni dopo la Chiesa (pure lei naufraga dentro quest'ambiguità) bussa alla sua porta e chiede aiuto. Oggi esplode il caso delle baby-squillo, internet viaggia tra ambiguità e opportunità, certe adolescenze sembrano inspiegabili. Vietato distrarsi: nella storia gli sbadigli hanno fatto più danni di tutte le polveri da sparo. “Sono storie giovani disperatamente alla ricerca di qualcuno che si fermi accanto a loro e li aiuti a scovare il senso della loro vita, a leggere il proprio volto, a decifrarne le loro nudità – riflette -: la tendenza è quella di avere il volto e la storia degli altri, la vergogna di non avere fascino alcuno. Cerco una risposta a questa domanda, senza mai dimenticare chi sono, da dove vengo e verso dove sto andando”. Non fa sconti quest'uomo che traffica sogni, la sua è voce di chi non ha voce, voce di chi non vuol parlare e vorrebbe zittire la sua voce: “il problema non è generare dei figli ma diventare dei genitori e dei punti di riferimento per loro – attacca don Di Noto -. C'è una distrazione pesantissima verso i giovani, quasi un'indifferenza alla quale tanti di loro rispondono immergendosi con un clic dentro un modo spesse volte immaginario. La mia tristezza è la percezione di un silenzio diffuso riguardo a quest'urgenza”. Il suo non è il linguaggio della tragedia, ma l'urgenza di una nuova educazione capace di abbandonare i vecchi clichè di comprensione: “sono adolescenti che nell'epoca massima della comunicazione faticano a parlare di sé: dei loro desideri e dei loro sogni, delle loro aspirazione e ferite. E' sempre più urgente che qualcuno torni a giocare in perdita con loro, riabbracci la sfida di ascoltarli, navighi dentro la fragilità della loro anima”. Papa Francesco ha fatto della “periferia” una litania del suo pontificato. Questo prete siciliano da decenni ha scelto queste “favelas tecnologiche” come terra di missione: “sono luoghi di povertà affettiva – conclude -. E quando latita l'affetto, gli avvoltoi sono all'opera, ovunque. In questo abbandono, Associazione Meter ha piantato la tenda: per dare accoglienza a chi avverte di non reggere l'urto delle burrasche”.
Il tempo è scaduto e lui saluta. Rimane una sensazione: aver incrociato uno sguardo capace di intravedere anzitempo ciò che diverrà ovvio. Lo sguardo dei profeti: quelli che non prevedono il futuro ma sanno leggere il presente.

Scritto da don Marco Pozza (da Il Mattino di Padova, 12 novembre 2013)